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La bellezza è vestire Gucci

Si chiama #Armine #Harutyunyan , 23 anni, graphic design e modella d'eccezione per #Gucci.



Ed è subito tempesta.


Abbiamo letto -all'inizio con stupore, poi con una bella ilarità, fino a trovarvi anche una certa comicità, diversi articoli, interpretazioni, riflessioni & co sul tradimento che Gucci avrebbe fatto ai canoni della #moda scegliendo una ragazza probabilmente intelligente ma sicuramente non bellissima per i canoni a cui ci hanno abituato. Anzi, piuttosto bruttina secondo i più.


Non esprimiamo la nostra posizione in merito, perché ancora una volta sarebbe parziale e di cattivo gusto, ma ciò su cui ci interessa porre veramente l'accento, è una bella rottura delle convenzioni che solo un'acuta #creatività (unita ad un'eccellente strategia #marketing) poteva fare.


Gucci prende gli ultimi trent'anni di tradizione legate alla passerella e li mortifica, li deride, li capovolge. Creando qualcosa di (apparentemente) nuovo e trasmettendo un messaggio che sicuramente lo è.


Ricordiamo che una scelta simile era già stata fatta da #Desigual per affermare l'identità del marchio stesso (des-igual: differente) con #Winnie #Harlow (la modella con la vitiligine), suscitando non poche polemiche e molta curiosità.


Ma Gucci va ancora oltre, spianando una strada che molti inevitabilmente tenderanno a seguire.


Negli anni 80 i grandi atelier si contendevano modelle d'eccezione, donne splendide che sfilavano per anni per diversi brand, diventando icone della bellezza, dell'esclusività.


Verso la fine degli anni 90 si è fatto un passo ulteriore, sentendo nascere la necessità di un riferimento a tutto tondo, una musa ideale che raccontasse una collezione, una storia, un marchio. Nasce quindi il testimonial, non più necessariamente specializzato nell'arte della moda, ma spesso figlio del cinema, della musica, dell'arte a grande pubblico.


Una fusione importante che intrecciava storia, notorietà, genio e creatività di una casa di moda alle proiezioni consce e inconsce che il pubblico stesso avesse del testimonial scelto.

In poche parole, il brand vestiva il "personaggio", diventando sempre di più un elemento secondario - La vie est belle di #Lancôme è inevitabilmente legato allo splendido sorriso di #Julia #Roberts-, diventando in qualche modo subalterni al #testimonial stesso.


Ed è qui che nasce la grande rivoluzione Gucci.

L'inversione di tendenza.

Gucci rivendica diritto a farsi riconoscere per la propria genialità a dispetto del testimonial stesso neutralizzandolo, scegliendolo fuori dai canoni di ordinaria bellezza, riaffermando così il principio che è l'abito che fa il monaco, non il contrario.


E' facile essere bellissime con un abito del grande #stilista se belle già lo si è; Gucci ci provoca ricordandoci che il suo estro può dare bellezza a chiunque.

Anche a quelli considerati brutti dalle masse.





E' il #brand che fa la differenza. O meglio, il genio che firma il brand stesso.


Come Pietro #Manzoni che nel 61 aveva provocato il mondo dell'arte in maniera assolutamente consapevole e irriverente, sentenziando che ogni cosa diventa arte se toccata dall'artista, anche i suoi rifiuti organici.

(Così era nata la sua serie più famosa, Merda d'Artista, dove aveva conservato accuratamente i suoi organici resti in scatolette di tonno numerate, la cui n.69 è stata venduta al prezzo record di 275 mila euro in una casa d'asta milanese nel 2019).





Allo stesso modo Gucci rivendica il suo potere: sono io che decido cos'è bello, perché inevitabilmente, chiunque si vesta con le mie creazioni lo diventa.



















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